sabato 13 dicembre 2008

Franti, Cuore e ....Natale..

Quando mancano solo 15 giorni a Natale, parlare di Cuore e di De Amicis può apparire scontato, zuccheroso, ma non è detto che lo sia veramente…

In Cuore c’è pure Franti (e noi ci infileremo dentro persino la pallacanestro...).

Il cattivo, e Franti non può essere definito diversamente da “cattivo”, non è natalizio, per niente. Neppure nelle eteree, oblique rivisitazioni delle Christmas Songs di Sufjan Stevens c’è spazio per i cattivi; a cercare ansiosamente nel modernariato kitsch, tra gli oggetti più svariati, dai dischi/strenna, quelli in vinile, con le voci di Bing Crosby, Elvis Presley, James Brown, o addirittura… dei Ramones, “Merry Christmas Baby(I don’t want to fight tonight)”, a tutto ciò che, maldestramente, è stato tirato dentro al calderone natalizio, tazze, pigiami, tovaglie, non troverete neppure la minima traccia di un qualcosa che evochi il “cattivo”, lo scontro, men che meno di Franti.

Eppure Franti è un personaggio di “Cuore”, e De Amicis è natalizio come pochi…

Franti è anche il nome di una oscura band torinese, per qualcuno sepolta tra le pieghe della memoria, per altri, tanti altri, per quasi tutti, invece assolutamente sconosciuta. Eppure la musica di Franti era forte, fiera, Franti irradiava suoni e parole che prendevano, non lasciavano indifferenti, arrivavano fino alle viscere. In bilico tra il delta del Mississippi ed il Lingotto, Robert Johnson e Robert Wyatt, Canterbury e “le ringhiere”, Henry Cow e Joe Strummer, Woody Gutrie e Nanni Balestrini; quel che più importa è che Stefano Giaccone e gli altri protagonisti di questa misconosciuta traccia di musica indipendente anni 80 “non lo mandavano di certo a dire…”.

Ma, quando mancano 15 giorni a Natale è possibile, giusto, “esser Franti”...?
Non solo possibile, si deve, e non solo a Natale, in questo pazzo, pazzo mondo della pallacanestro capitano delle cose, “that’s incredible…!”, ed è necessario urlare il proprio dissenso.

Come Franti.

Ad esempio capita che quella che una volta si chiamava B1 venga ridefinita “Serie A Dilettanti”. Niente di cui scandalizzarsi, che alla B1 venga dato il nome di “una A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti”(a questi Borges e l’Aleph gli fanno un baffo…), non può certo rappresentare motivo di contrasto o polemica, si tratta di una buona operazione d’immagine, il cui senso è facilmente comprensibile e condivisibile…

Alla categoria delle iniziative in grado di scatenare infinite discussioni appartiene invece l’altra grossa novità stagionale: l’avvio della trasformazione, entro il 2012, della B1, pardon! Serie A Dilettanti, insomma de “la nostra A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti”, in un campionato sostanzialmente under 23.

Lo dico subito, “io sono favorevole…”, non so bene se favorevole all’idea che proprio questo campionato, “la nostra A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti” divenga un campionato under 23, oppure semplicemente che ci sia un campionato, non importa quale, non banalmente assimilabile ad “un campionato giovanile”(i 23 anni ed il termine “giovanile” fanno un poco a cazzotti…), in cui possano avere ampi spazi di gioco elementi non ancora pienamente pronti per competere con il circo multinazionale che ha inglobato i nostri tornei professionistici. Quel che è sicuro è che, quale che sia l’opinione di ognuno di noi, che ci si schieri a favore o contro, il movimento non ha finora dimostrato di andare nella direzione che una cosa del genere impone.

E non poteva essere diversamente…

Perché giornali, internet, pubblico, tutti sembrano essere ingabbiati dentro i perversi meccanismi di uno stralunato reality show televisivo, manca soprattutto una seppur minima forma di capacità d’analisi. Infatti “la nostra A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti” non è vissuta da queste parti come una realtà autonoma da Legadue e LegaA, bensì come pura fase di passaggio, una sorta di “figlia di un dio minore” da cui, quanto prima, scappare. Gli ambienti giornalistici, l’universo composito di internet, e più ampiamente, l’indistinto mondo degli appassionati, non riescono proprio ad immaginare “la nostra A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti” come una potenziale NCAA italiana, come qualcosa che produca spettacolo, aiuti a crescere giocatori, che, insomma, come avviene da sempre negli States con i campionati universitari, attragga in forma autonoma e complementare alle leghe professionistiche un seguito fedele. Regna piuttosto l’inbarbarimento, il pensiero catodico, assimilare il risultato domenicale ad un televoto… i pronostici ad una nomination… la cronaca di un match ai reportage delle beghe da “Isola dei (non…) Famosi”.

Un assoluto vuoto in cui campeggia tristezza cosmica: “progettualità…??? no, grazie…”.

Piuttosto che sforzarsi di intendere le finalità dell’operazione portata avanti da Lnp, piuttosto che discutere nel merito del progetto, tutti riempiono pagine e pagine di forum, le news dei vari siti specializzati, con commenti che somigliano più alle profezie di Nostradamus che non a valutazioni obiettive. Si sprecano le iperboli, arrivano copiosi commenti/preconfezionati, un occhio al televoto e l’altro che brilla del saccente ed arcigno riflesso, proprio della casalinga di Voghera chiamata a pronunciarsi sul ritardato avvento della primavera…

“eh, non esistono più le mezze stagioni…”

Ovviamente, “Il livello tecnico(de “la nostra A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti”) è in ribasso maggiore di quello dei titoli della Lehman Brothers…”; e la colpa non può che essere “dell’aumento consistente del numero di under…”. Ogni sconfitta viene amplificata “dalla pochezza tecnica di un campionato, dal livello talmente basso, da rendere niente affatto una impresa primeggiare…”. Lo stesso termine “under” ha oramai acquisito toni sinistri, dispregiativi, viene rappresentato come un ruolo, “la nostra squadra ha un pivot… un playmaker… due esterni… un ala forte… invece i nostri under sono…”. E non è assolutamente da escludere la possibilità che qualcuno, prima o poi, si inventi forme “meno brutali” per identificare i giocatori nati dal 1986 in giù, chennesò, “diversamente under…”, “portatori di under…”, etc, etc, etc.

Banalità assolute… in evidente contraddizione con quanto espresso dalle ultime stagioni di B1, ma di questi tempi è difficile cogliere il senso degli avvenimenti generali, figurarsi del basket.

Ed allora, in questo fluire abbondante di luoghi comuni, addirittura, c’è chi festeggia la scomparsa di città, paesi e contrade dalla mappe de “la nostra A che non è la A, bensì una A che è si A, però è solo la A tra i dilettanti”, e per camuffare di nobili intendimenti la propria ristrettezza culturale, ci si è inventata persino “la questione morale”. Sculettano fieri, personaggi che non trovano argomenti migliori per far festa della scomparsa di Pattopoli, Gragnopoli, salendo di categoria e chiedendo umilmente scusa ad Italo Calvino per i neologismi da “città invisibili”, persino di Savianopoli, di Capotopoli... Dietro il loro inutile gracchiare sugli eventi che in quei palazzetti del profondo sud andava in scena, ci sono sicuramente anche delle verità, ma anche il malcelato fastidio per l’impudenza di chi sfida, e senza concorrere all’Oscar, mezzi limitati ma indubbie capacità, “il sistema”. E riflettendo sui controlli accurati di pass ed accrediti stampa in voga di questi tempi dalle parti di Savianopoli, in nulla dissimili a quelli di persone e cose nell’aeroporto J.F.K. di New York, ma in evidente contrasto con le libertà di insultare, per giunta a gratis, giornalisti e pubblico, bellamente concesse a tesserati e giocatori ospiti, non può che scorrere un brivido di freddo lungo la schiena.

Vuoi vedere che si preparano altri roghi, che ci sia chi si accinge a tirar dal frigo dell’altro spumante, il tutto nella vana speranza di rinchiudere Franti, Cuore… e Natale dentro le proprie fobie?
Francesco Ponticiello

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